Ho cominciato a insegnare filmmaking nel 1999, quasi per caso. Non mi sentivo abbastanza bravo da insegnare — il che, in retrospettiva, è esattamente il motivo per cui avrei dovuto farlo prima. L'insicurezza, a quanto pare, è un ottimo biglietto da visita per la cattedra.
Insegnare ti costringe a sapere quello che sai. Non puoi fare affidamento sull'intuizione o sull'esperienza accumulata in modo non verbale. Devi trovare le parole. Devi spiegare perché una scena funziona e un'altra no. Devi trasformare il gusto — che è implicito, personale, quasi fisico — in un ragionamento che un'altra persona possa seguire. È un lavoro estenuante. È anche il lavoro più utile che abbia mai fatto, per me stesso.
GLI STUDENTI FANNO LE DOMANDE GIUSTE.
Non tutte le domande, intendiamoci. Ma quelle giuste le fanno perché non sanno ancora cosa non si chiede. Non hanno ancora imparato le convenzioni del settore — quelle cose che tutti sanno e nessuno mette in discussione. E così, ogni tanto, uno studente ti chiede qualcosa di apparentemente ovvio in un modo che ti fa rendere conto che non è ovvio per niente.
Il momento più utile di tutta la mia carriera di insegnante è stato quando uno studente mi ha chiesto perché il protagonista deve volere qualcosa. Non nel senso drammaturgico — nel senso letterale. Perché un personaggio non può semplicemente esistere, senza un obiettivo dichiarato? Ho impiegato venti minuti a rispondere. Sono stati venti minuti molto produttivi, soprattutto per me.
Oggi quando entro in aula — fisica o virtuale — non lo faccio con la sensazione di chi ha qualcosa da trasmettere. Lo faccio con la sensazione di chi andrà a scoprire, ancora una volta, qualcosa che pensava di sapere già. Non si insegna quello che si sa. Si impara quello che si insegna. Una frase che suona benissimo e che, ovviamente, ho rubato a uno studente.
"Professore, ma se lei impara tanto dai suoi studenti, non è che alla fine dovrebbe essere lei a pagare loro il corso?" — Tecnicamente sì. Sto ancora aspettando le loro fatture.
Sono entrato in aula nel 1999 senza sentirmi abbastanza bravo. Venticinque anni dopo, non mi sento ancora abbastanza bravo. La differenza è che adesso lo so con molta più precisione. E questo, stranamente, è il risultato di cui vado più fiero.