A un certo punto della mia carriera da sceneggiatore, un collega — stimato, con più crediti del mio commercialista — mi ha guardato con una pietà sincera e mi ha detto: "Ma come fai a scrivere se non guardi le serie?". Gli ho risposto che guardavo quello che mi serviva. Mi ha fatto una faccia come se gli avessi detto che guidavo senza patente. Da quel giorno non ci siamo più frequentati. Probabilmente è stato un bene per entrambi.
Il dogma che circola nel settore è questo: per scrivere storie devi consumarne il più possibile. Film, serie, stagioni intere in binge watching notturno, pilot, episodi, spin-off, reboot di spin-off. Più roba vedi, più cresci. È un principio che sembra ovvio, quasi scientifico. Ed è esattamente qui che, secondo me, casca l'asino. Un asino ben nutrito di contenuti streaming, ma pur sempre un asino.
IL CERVELLO NON È UN HARD DISK.
Il problema non è guardare. Il problema è guardare in modo passivo e continuo, senza filtro e senza sosta. Perché il cervello — quel traditore — non archivia quello che vede in una cartella separata etichettata "riferimenti cinematografici". Lo metabolizza. Lo normalizza. E quando ti siedi a scrivere, quella roba riemerge sotto forma di scelte narrative che sembrano tue e non lo sono. Non stai creando: stai remixando. E spesso nemmeno te ne accorgi, che è la parte più inquietante.
Lo sceneggiatore e il paradosso dei contenuti: meno è più
La mia posizione è un'altra, e la sostengo da abbastanza anni da essermi guadagnato qualche sopracciglio alzato nelle stanze giuste. Esistono i Pilastri: le opere che hanno definito il linguaggio narrativo, quelle che hanno spostato l'asticella e da cui tutto il resto discende. Quelle, uno sceneggiatore deve averle viste, studiate, smontate. Poi esiste il mercato, che va sfogliato con regolarità — non divorato — per sapere dove siamo, cosa gira, cosa cercano. Il resto è puro intrattenimento personale, legittimo, ma non formativamente necessario. Anzi, a certi livelli di saturazione, attivamente dannoso. È una distinzione che chi insegna scrittura conosce bene: non si tratta di vedere meno, ma di vedere meglio - come scrivo anche in altri articoli.
I PILASTRI, IL MERCATO. IL RESTO È RUMORE.
La creatività, quella vera, ha bisogno di spazio vuoto. Di silenzio. Di noia, perfino — e la noia è diventata merce rarissima nell'era degli algoritmi che ti propongono il prossimo episodio prima che tu abbia finito di respirare. Non è solo un'impressione: il rapporto tra noia e creatività mostra che il cervello produce le sue connessioni più originali proprio nei momenti di assenza di stimoli. Il talento creativo di uno sceneggiatore, se immerso in un flusso continuo di contenuti, non si affina: si omologa. Diventa bravo a riconoscere i pattern, non a inventarne di nuovi. E il mondo è già pieno di persone molto brave a riconoscere i pattern.
"Signor Ferrara, quanti film ha visto quest'anno?" — Pochi. Ma ho finito tre sceneggiature, risolto due problemi di struttura che mi inseguivano da mesi e fatto parecchie camminate. Poi ho guardato anche qualche serie. Ma erano tutte ricerca. Tutte.
Quel collega con più crediti del mio commercialista, nel frattempo, ha scritto due serie. Le ho lette. Erano costruite benissimo. Si vedeva che aveva guardato tanto. Si vedeva anche, purtroppo, che aveva guardato tanto. Noi non ci frequentiamo più, dicevo. Ma ogni volta che scrivo qualcosa che mi sembra davvero mio — qualcosa che non ho visto altrove — penso a quella faccia di pietà che mi ha fatto. E sorrido. Con la stessa autoironia con cui ammetto che sì, quella serie l'ho finita in due sere. Ma era ricerca. L'ho già detto?