C'è un momento preciso, nella vita di uno sceneggiatore, in cui capisci che il tuo lavoro non finisce quando digiti FINE. Finisce molto dopo. Finisce quando qualcuno con la cinepresa in mano legge quello che hai scritto e decide, in perfetta autonomia, di amplificarlo. Io ricordo ancora la telefonata. Era un martedì. Fuori pioveva. Dentro di me, anche.
Il Regista aveva letto la scena. Quella scena. Quella in cui avevo scritto, con cura e parsimonia da ragioniere: "Una folla di alieni presidia l'ingresso della stazione spaziale." Folla. Una parola così vaga, così poetica, così economicamente neutrale. Lui ci aveva letto dentro, con la sua personalissima chiave interpretativa, trecentodue esseri viventi di dodici razze extraterrestri distinte, ciascuna con il proprio costume sartoriale, il proprio trucco prostetico e, cito testualmente, "la propria camminata caratteristica da definire in sala prove". Il budget, nel frattempo, era rimasto fermo dov'era. Come un sasso. Come un masso. Come una di quelle rocce che nelle scene d'azione cinematografiche rotolano verso il protagonista e lui, miracolosamente, scarta. Noi, il protagonista, non eravamo. E la roccia ci aveva presi in pieno.
IL REGISTA, L'ARTISTA E IL FOGLIO EXCEL.
Il problema non è mai il sogno. Il sogno è sacro, va rispettato, va nutrito. Il problema è che il sogno, nella produzione cinematografica e televisiva, deve prima passare per un luogo chiamato preventivo, governato da persone con gli occhiali sottili e l'espressione di chi ha già visto tutto andare storto. Trecento comparse significano trecento contratti, trecento pasti, trecento camerini — o almeno una tendopoli logistica degna di un festival musicale degli anni Settanta. Dodici razze aliene significano dodici concept design, dodici trousse di trucco prostetico, dodici referenti di reparto costume che non si parlano tra loro perché ognuno è convinto che la propria razza aliena sia quella più importante. E in qualche modo hanno tutti ragione, il che non aiuta.
Lo sceneggiatore, in questo scenario, è la figura più curiosa. Perché è colui che ha scritto la parola "folla" e che adesso siede in riunione cercando di spiegare, con la diplomazia di un ambasciatore in zona di guerra, che forse — forse — con una folla di diciotto persone ben inquadrate, un buon montaggio e qualche effetto visivo ragionevole, si ottiene lo stesso risultato emotivo. Il Regista lo guarda. Lo guarda a lungo. Poi dice: "Sì, ma si vede che sono in diciotto." E ha ragione anche lui. Questo è il bello. Questo è il dramma.
La verità che nessuno ti insegna nei corsi di scrittura è che una sceneggiatura non è solo un testo narrativo. È un documento finanziario travestito da arte. Ogni scena ha un costo implicito. Ogni aggettivo ha un peso produttivo. "Vasto" costa più di "piccolo". "Notturno" costa più di "diurno". E "alieno" — soprattutto se moltiplicato per trecento — costa più di qualunque altra cosa tu possa mettere su una pagina, incluso "esplosione nucleare vista dallo spazio", che almeno si risolve in CGI.
"Ferrara, ma lei quando scrive 'una folla', non potrebbe scrivere direttamente 'sedici persone e un cane ammaestrato'? Così si risparmia tempo a tutti." — Tecnicamente sì. Ma poi il Regista avrebbe voluto trentadue cani. Di razze diverse. Ognuno col suo costume.
Siamo tornati al martedì della telefonata, alla pioggia dentro e fuori, e alla parola "folla" che galleggiava innocente sulla pagina come se non avesse fatto nulla di male. In fondo, non l'aveva fatto. Era stata interpretata. E questa, nel cinema, è la norma: tu scrivi, qualcuno legge, e nel mezzo succede qualcosa di magnifico e terrificante insieme. Si chiama regia. E il budget, di solito, arriva buon ultimo a fare da arbitro tra i due. Con risultati alterni. Spesso dolorosi. Ma sempre, assolutamente sempre, interessanti.